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Maestra condannata a Parma l’Anm: la sentenza ripercorre le prove raccolte

“Siamo convinti che il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari debba essere riconosciuto nel modo più ampio possibile, costituendo un efficace strumento di esame democratico di un’attività istituzionale, che viene esercitata nel nome del popolo italiano dai giudici che, a pegno della fondamentale libertà della fermezza, godono di ampia autonomia e indipendenza. Tuttavia, ci preme evidenziare che per comprendere e valutare l’operato del giudice sia necessario confrontarsi con la motivazione della sentenza, che è requisito essenziale e costituzionalmente imposto per ogni provvedimento, proprio per far sì che i cittadini, nel cui nome vengono emesse le sentenze, possano comprendere ed operare un vaglio sull’esercizio del potere giudiziario”.

Lo sottolinea la giunta distrettuale dell’Anm dell’Emilia-Romagna, intervenendo sul caso di Parma, dove un’insegnante è stata condannata per abuso di mezzi di riprensione.

Il provvedimento del magistrato, ricorda l’Anm, nei giorni scorsi è stato “oggetto di accese critiche e plateale sdegno, senza però informare in maniera completa il contenuto della motivazione” che non era nota al minuto nel quale “sono state diffuse le notizie di stampa e i relativi commenti, rimbalzati con grande clamore, così determinando quello che, a leggere le motivazioni della sentenza, appare un travisamento dei fatti storici in essa delineati, giacché il provvedimento ha ripercorso e valutato – nelle motivazioni appunto – le numerose prove raccolte nel processo”.

Imbrattano i bagni di feci, la supplente li sgrida: condannata dopo la denuncia dei genitori

05 Aprile 2022

L’Anm auspica, dunque, che “il dibattito pubblico sulle decisioni giudiziarie, essenziale e doveroso, sia – da parte di tutti – affrontato con compiutezza di informazione e serietà di argomenti, unica pegno di utilità e proficuità delle discussioni per i cittadini e per gli operatori della giustizia”.

La vicenda della maestra parmigiana è arrivata anche all’attenzione del Parlamento e del Governo.

“Abbiamo infatti diretto al Ministro della Giustizia un’interrogazione per sapere se intenda avviare un’ispezione per accertare i motivi che hanno portato un giudice a comminare una condanna ignorando la richiesta di assoluzione del pubblico ministero perché ‘il fatto non sussiste’ e al ministro dell’Educazione per metterlo al corrente dell’ingerenza di alcuni genitori nell’attività di formazione degli studenti”, scrivono i senatori parmigiani della Lega Maurizio Campari e Gabriella Saponara, firmatari dell’interrogazione.

“Ci chiediamo sulla base di quali convinzioni o norme il giudice ha invece ritenuto, nonostante il parere contrario della pubblica accusa, di condannare l’insegnante a pressappoco due mesi di reclusione, con la sospensione condizionale, per abuso di mezzi di riprensione. Una fermezza assurda, come assurda è stata la fermezza di alcuni genitori di denunciare l’insegnante per aver impartito ai loro figli quella lezione di educazione che evidentemente alcuni di loro non avevano ricevuto a casa. Entrambi segnali negativi sullo stato della Giustizia e del sistema scolastico di questo Paese, su cui è importante fare chiarezza”.

 

La motivazione della sentenza

Il comportamento dell’insegnante condannata a Parma per abuso di mezzi di riprensione nei confronti degli alunni di una classe di una scuola primaria era stato immediatamente segnalato al preside della scuola da una lettera di alcune colleghe e lo stesso dirigente, alcuni mesi dopo, per gli stessi fatti le aveva inflitto una sanzione disciplinare. Emerge dalla motivazione della sentenza del giudice Beatrice Purita, che ha stabilito nei giorni scorsi una condanna a un mese e 20 giorni per la docente. Una fermezza che ha ricevuto anche diverse critiche.

Ma la sentenza depositata ricostruisce uno per uno i resoconti raccolti, dicendo che sono coerenti fra loro, su quanto successo in classe il 16 febbraio 2018, dopo che un bagno venne trovato imbrattato di feci.

L’insegnante avrebbe insultato gli alunni, strattonandone uno per il grembiule. Una serie di fonti – i ragazzini, altre maestre e i genitori che raccolsero le confidenze dei figli, in lacrime, sono “coerenti e reiterate” e confermano gli insulti, parolacce anche discriminatorie.

“Se sgridare gli alunni per una condotta sbagliata non è solo opportuno ma anzi assolutamente doveroso – sottolinea il giudice – tuttavia far degenerare l’ammonimento in volgari insulti significa valicare i limiti del potere correttivo correlato all’autorevolezza del proprio ruolo”. Inoltre “né la difficoltà nella gestione della classe da parte della maestra o l’episodio dell’imbrattamento dei bagni possono giustificare questo tipo di invettive, profferite in modo pressoché indiscriminato nonostante l’assenza di prova di chi fosse il responsabile o se fosse proprio in quella classe”.

Dunque è dimostrato che le condotte addebitate all’insegnante non sono frutto ‘di una reazione genitoriale ingiustificatamente iper difensiva e volta a contrastare l’istituzione scolastica, ma, anzi, trovano conferma nelle stesse dichiarazioni delle colleghe’ dell’imputata e ‘nell’irrogazione di una sanzione disciplinare da parte del preside che quell’istituzione rappresenta’”.

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